Letter to Orhan

Dear Orhan,

ho lasciato ieri Izmir¹ e già il vuoto mi inghiotte. Vorrei scappare!

Vago come un automa tra le strade di Venezia: sento che sono circondata da passi e voci, da canzoni stonate di gondolieri alticci, ma niente mi riguarda, niente mi sfiora.

La sola cosa che sa toccare la mia anima, il mio corpo e la mia mente è il ricordo di te.

Sei l’essenza del bisogno del niente, il ricordo di una casa baracca e di notti insonni persi l’uno nella braccia dell’altro, l’espressione di un viso che vaga in pensieri a me inaccessibili e le promesse bugiarde di ieri notte proiettate nell’incertezza del futuro.

Ti rivedo a trascinarmi al festival del sufismo di Haci Bektas per assistere alle danze dei dervisci rotanti², tanto quanto a coinvolgermi in un’improbabile danza del ventre all’Halikarnas³ di Bodrum.

Tu che mi chiedi di stirare le tue camice grottesche di fiori e improbabili ghirigori e vuoi sapere perché me la rido mentre mi imbatto in pieghe indisciplinate e irriverenti – certo facile esserlo con un ferro da stiro della preistoria che non conosce ombra di vapor acqueo!

Tu a farmi la lista dei libri di autori turchi che dovrò leggere prima del nostro prossimo viaggio alla scoperta del tuo meraviglioso e contrastato Paese: «La storia di Akabi» di Vartan Pasa, praticamente l’intera opera dell’esiliato Hikmet e «Il libro nero» di Orhan Pamuk.

Tu, vulcano inarrestabile, tu e la tua Reflex, inseparabili, a catturare ogni dove.

Come puoi essere tutte queste cose insieme?

E via a correre sulla tua moto sgangherata, ad imprecare contro una vespa che si scontra con la tua corsa e ti punge ripetutamente. Ti chiedo se senti male e tu, armeggiando con le chiavi della moto per far uscire il veleno, mi rispondi che ti irrita enormemente sprecare il nostro tempo così.

Non so nemmeno dove mi stai portando, ma che importa?

Arriviamo in un paesino della costa di cui non mi ricordo il nome e mi porti in un minuscolo hotel dall’aspetto da postribolo romantico – se mai possa esistere un postribolo romantico – ma io lo vedo così: letto in un’alcova di pietra ornata da drappeggi in tulle rossi, tende sanguigne e portacandele a lanterna che disegnano sagome assurde sui muri e nei nostri occhi divertiti e che tu paragoni al teatro delle ombre dell’impero ottomano.

Dopo una notte turbolenta di tremori inconsulti di candele impazzite e di farfalle che svolazzano sui nostri corpi sudati, il mattino giunge troppo frettoloso.

Il fugace riposo viene interrotto dalla tua voce nel mio orecchio restio:

-Darling, hurry up: we have to go!4

E si riparte fino alla fine del viaggio…….

Ti invio questa lettera con l’intento di farti avere una delle più belle pagine del mio diario: come tu odi perdere tempo e lo rincorri facendo a gara con lui, io odio perdere i frammenti del mio, del nostro tempo. Ti invito, in risposta a questa mia, a scrivermi tutto quello che posso aver dimenticato, ad aggiungere le tue note e le tue postille.

Dove ti rivedrò? Nelle mie memorie a volte allucinate, a volte lucide o a Istanbul? Quando potrò di nuovo toccare la coda dei tuoi lunghi capelli corvini?

Vorrei ritornare in quella dimensione che mi hai regalato ma so che i sogni rimangono sospesi lì in un punto di non ritorno e cercare di riacciuffarli sarebbe come forzare il corso degli eventi.

I rumori di Venezia mi riportano al presente, ma mi basta accarezzare il piccolo pugnale di madreperla appeso al mio collo che mi hai dato ieri per vedere risorgere dall’oblio l’entità delle nostre emozioni che trapassano ogni dove e ogni quando, così come Aladino ha bisogno di sfregare la sua lampada per vedere i suoi desideri materializzarsi.

Siamo due spiriti liberi che vivono in bilico tra cielo e terra, fuoco e acqua, uniti e divisi nel loro bisogno di vivere a mille, ma esistiamo fortemente e non ci perderemo.

¹ Turchia

² Asceti, discepoli di alcune confraternite islamiche, che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani

³ Night-club di fama mondiale fin dal 1979

4 Amore sbrigati: dobbiamo andare

Lettera dal Marocco Letter from Morocco

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Caro compagno di giochi,

oggi è il mio terzo giorno a Tangeri e da li ti scrivo.
In ogni angolo del Marocco ti ho portato con me, dentro di me.
Ieri ho vagato instancabilmente nella Medina, mi sono volutamente persa nei
meandri della città bianca e come Matisse ho ubriacato i miei sensi in
questo sapido e appetitoso angolo di mondo.
Sto scrivendo sulla carta che ha avvolto la forma piatta di pane arabo
tempestata di sesamo e semi di papavero che ho comperato nel souk.
Simpatico lo scambio di battute con il mercante. Perché avvolgere il pane
nella carta?
E perché dirgli che non mi ci vedevo proprio a portare il pane sotto
l’ascella?
La carta mi serviva per scrivere una lettera.
Inshallah! Mi ha dato quattro fogli di carta e mi ha regalato una penna:
quella che sto usando ora.
Il pane ha invaso la mia bocca di tiepida fragranza.
Avrei potuto fare colazione nella Riad, ma volevo mischiarmi in mezzo a
questa gente che incede con passo trasognato nell’intricato dedalo di
viuzze strette.
Tutto trasuda fatalismo e magia.
Sono entrata in un caffè dove di una donna nemmeno l’ombra e mi sono
deliziata di un bollente the’ alla menta con pinoli.
Mille occhi avevo puntati addosso e non sono riuscita a reprimere un
malsano istinto di provocazione.
Dal mio zaino colorato ho pescato lo zenzero candito acquistato Au Petit
Bazar di Bon Accueil.
Ho cominciato a centellinare il godimento dei sapori contrastanti: dolce e
piccant
Mentre lo facevo sospiravo, gonfiavo il mio seno in maniera sensuale e
chiudevo gli occhi, per poi riaprirli e puntarli in maniera insistente su
alcuni uomini, chiaramente quelli più giovani
Basta, mi sono detta, al terzo pezzo di zenzero candito.
Il naso mi pizzicava e così mi sono alzata: troppo piccante, troppo
rischioso. Ho continuato a vagare per un po’ e sono entrata nella strade dei souk
dell’oro, dove tante voci si mischiano al ritmo ipnotico di note
insolite e vibranti.
Alcune donne mi fanno cenno di avvicinarmi a loro. Sono sedute sugli
scalini all’entrata della loro casa. Mi avvicino e capisco che mi
invitano a dividere il loro cous-cous.
Le mie papille gustative non sono ancora riuscite a dimenticarsi dello
zenzero, ma l’aroma di coriandolo mi seduce, anzi mi strega senza via
di scampo.
Annego la scodella che mi passano nel pentolone in terracotta.
Zittita la schizzinosa voce da grillo parlante che mi dice di non farlo,
decido di essere una di loro e mangio con le mani: la mia unica posata è
il pane.
Una delizia di ceci, cipolla, zucca, carote, carne che indovino essere di
agnello.
Lo zafferano, il coriandolo ed il peperoncino si mescolano in maniera
possente ai granelli gonfi del cous cous.
Sono sazia e per ringraziare quelle donne generose dalle mani dipinte di
henné, lascio loro il mio orologio.
Ebbra di tutto, decido di alleggerire stomaco e testa con una passeggiata
in riva al mare.
C’è il vento che asciuga il sudore delle troppe emozioni ingerite ed il
sole che riporta vigore a pensieri confusi dal baillame della città
vecchia. Questi sono i tasselli più succulenti del mosaico dell’avventura di
ieri.
Ora che ho finito di scriverti, il mio filo conduttore a te non si recide.
Decido di andare nella Città Nuova ad assaporare i limoni in salamoia ed a
aspirare il tabacco all’anice con il narghilè, ma questo te lo
racconterò domani.

Sud

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Passerò attraverso ogni prigione materiale oppure astratta
per assorbire tutto il calore, l’energia del Sud,
che per me è la tua anima, il tuo nucleo originale.

Sto catturando ogni riflesso, ogni sfumatura,
ogni pagliuzza dorata del Sud, di quest’isola lontana dal mondo,
del fondo dei tuoi occhi ambra pantera.

Bianco che acceca, bianco totale,
assenza di tutto, presenza totale,
bianco della luce, bianco delle case di Sicilia,
di Sidi Bou Said, di Mikonos,
attirami verso di te….

Sono già da te, dentro di te,
parte della tua luce, luce del Sud..
..una corsa continua, a tratti senza sosta, spossante,
a tratti inebriante, sempre incontro a te, Sud:
per fermarmi tra le tue braccia,
per imparare l’attesa, per prendere un pizzico di fatalismo.