Lettera dal Marocco Letter from Morocco

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Caro compagno di giochi,

oggi è il mio terzo giorno a Tangeri e da li ti scrivo.
In ogni angolo del Marocco ti ho portato con me, dentro di me.
Ieri ho vagato instancabilmente nella Medina, mi sono volutamente persa nei
meandri della città bianca e come Matisse ho ubriacato i miei sensi in
questo sapido e appetitoso angolo di mondo.
Sto scrivendo sulla carta che ha avvolto la forma piatta di pane arabo
tempestata di sesamo e semi di papavero che ho comperato nel souk.
Simpatico lo scambio di battute con il mercante. Perché avvolgere il pane
nella carta?
E perché dirgli che non mi ci vedevo proprio a portare il pane sotto
l’ascella?
La carta mi serviva per scrivere una lettera.
Inshallah! Mi ha dato quattro fogli di carta e mi ha regalato una penna:
quella che sto usando ora.
Il pane ha invaso la mia bocca di tiepida fragranza.
Avrei potuto fare colazione nella Riad, ma volevo mischiarmi in mezzo a
questa gente che incede con passo trasognato nell’intricato dedalo di
viuzze strette.
Tutto trasuda fatalismo e magia.
Sono entrata in un caffè dove di una donna nemmeno l’ombra e mi sono
deliziata di un bollente the’ alla menta con pinoli.
Mille occhi avevo puntati addosso e non sono riuscita a reprimere un
malsano istinto di provocazione.
Dal mio zaino colorato ho pescato lo zenzero candito acquistato Au Petit
Bazar di Bon Accueil.
Ho cominciato a centellinare il godimento dei sapori contrastanti: dolce e
piccant
Mentre lo facevo sospiravo, gonfiavo il mio seno in maniera sensuale e
chiudevo gli occhi, per poi riaprirli e puntarli in maniera insistente su
alcuni uomini, chiaramente quelli più giovani
Basta, mi sono detta, al terzo pezzo di zenzero candito.
Il naso mi pizzicava e così mi sono alzata: troppo piccante, troppo
rischioso. Ho continuato a vagare per un po’ e sono entrata nella strade dei souk
dell’oro, dove tante voci si mischiano al ritmo ipnotico di note
insolite e vibranti.
Alcune donne mi fanno cenno di avvicinarmi a loro. Sono sedute sugli
scalini all’entrata della loro casa. Mi avvicino e capisco che mi
invitano a dividere il loro cous-cous.
Le mie papille gustative non sono ancora riuscite a dimenticarsi dello
zenzero, ma l’aroma di coriandolo mi seduce, anzi mi strega senza via
di scampo.
Annego la scodella che mi passano nel pentolone in terracotta.
Zittita la schizzinosa voce da grillo parlante che mi dice di non farlo,
decido di essere una di loro e mangio con le mani: la mia unica posata è
il pane.
Una delizia di ceci, cipolla, zucca, carote, carne che indovino essere di
agnello.
Lo zafferano, il coriandolo ed il peperoncino si mescolano in maniera
possente ai granelli gonfi del cous cous.
Sono sazia e per ringraziare quelle donne generose dalle mani dipinte di
henné, lascio loro il mio orologio.
Ebbra di tutto, decido di alleggerire stomaco e testa con una passeggiata
in riva al mare.
C’è il vento che asciuga il sudore delle troppe emozioni ingerite ed il
sole che riporta vigore a pensieri confusi dal baillame della città
vecchia. Questi sono i tasselli più succulenti del mosaico dell’avventura di
ieri.
Ora che ho finito di scriverti, il mio filo conduttore a te non si recide.
Decido di andare nella Città Nuova ad assaporare i limoni in salamoia ed a
aspirare il tabacco all’anice con il narghilè, ma questo te lo
racconterò domani.

Il tuffo

 

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Ho 46 anni e a malapena 46 mg di sensatezza nel mio approccio alla vita che, come si verifica spesso  nelle persone come me, è inversamente proporzionale all’ingegnosità.
Tutta mia nonna!
Per un eccesso di allegria perpetratosi in una stalla umida, a 18 anni e molto consenzientemente , si era fatta ingravidare dal Gaetano.
Lui aveva faticato un bel pò a convincerla a “regolarizzare” la loro situazione, per poi ritrovarsi accasato con una che evitava accuratamente di occuparsi delle faccende di casa – che noia! – e che quando il tono delle loro seppur rare discussioni si faceva acceso, dimostrava la sua natura monellescamente ingiuriosa, infilandosi in testa un elmetto nazista.
Se vi sembra un aneddoto trascurabile o stupido, tenete pure conto del fatto che mio nonno era un comunista sfegatato.
Nonostante queste mie origini coraggiose e balzane, il sapore sgradevole che mi sale in bocca ora e che si ripresenta ogni qualvolta che la vita mi aggredisce con uno schiaffo in pieno viso o che  un timore indefinito e quasi premonitore si intrufola subdolamente nei miei pensieri, mi ricorda che più e più volte mi sono persa, sono affondata.
A proposito di affondare, per un certo periodo ho odiato il mare e anche la piscina: destino alquanto burlone per una pesci ascendente pesci come me.
Tutta colpa di mio padre che, durante le nostre vacanze al mare, si divertiva a fare finta di farmi annegare o a tirarmi per i piedi, mentre cercavo di apprendere a nuotare imitando i movimenti del mio cane. Non c’era stato verso per me di imparare: l’unica cosa che mi riusciva, era annaspare per qualche ridicolo istante. Persino il cane sembrava ghignare di me.
A 11 anni mi ero stufata di quel senso di inadeguatezza che provavo quando ero in acqua e mi ero iscritta ad un corso di nuoto.
Non che il momento fosse propizio, poichè uscivo dal periodo del menarca e della pubertà e non sapevo se odiavo di più quei giorni immersi nel sangue oppure l’armamento che mi toccava indossare per sostenere quel popò di roba che mi era spuntata davanti senza alcun preavviso: due tette a dir poco bioniche.
Ero inorridita dalle ammonizioni di mia madre: lei era convinta  che a 30 anni me le sarei viste cascare irrimediabilmente sotto i piedi se non fossi subito corsa ai ripari.
Il giorno più tragicomico del corso era stato quello del tuffo. Lo sapevo dalla settimana prima che ci avrebbero chiesto di tuffarci ed avevo provato a visualizzarmi mentre lo eseguivo. Mi vedevo goffa, diversa, posseduta da quell’entità sconosciuta che aveva invaso il mio torace e che mi faceva pendere all’ingiù come se avessi indossato una collana di piombi. E proprio così era stato, ero tonfata giù nel fondo della piscina.
Avevo avuto voglia io di calcolare il coefficiente di difficoltà del tuffo, con la mia pignoleria e le manie di controllo ancora più sviluppate delle mie tette, ma l’unico risultato era stato, quella volta, di far sghignazzare le stronzette delle compagne di corso.
Ora mi trovo davanti alla porta del coglione del mio capo, Mr. Innominabile e questo che cazzo c’entra, direte voi….
Tra le mani mi pesa una cartellina verde speranza contente il progetto del Cloud che ho sviluppato per l’azienda in appena 10 gg. Mi infilo di tutta fretta un bastone di liquirizia in bocca, sperando che copra il disgusto del rigurgito al cloro che mi ha invaso la bocca.
– Entri pure Marzia.
Certo non ci si aspetta che un’assistente come me, tirata, anzi strizzata in un tailleur very trendy e con tacco 12 possa entrare nell’ufficio del capo brandendo in bocca un pezzo di liquirizia che le da l’aria di quella che o vuole sfottere o non ci sta con la testa.
Ci guardiamo io e l’Innominabile, speculari io con la mia liquirizia, lui con un sigaro puzzolente che gli pende da una parte del labbro. Sembra quasi che io lo voglia scimmiottare. Lui mastica il toscano, io qualcosa di più profumato, ma che presagisce comunque un retrogusto amaro.
– Marzia, le dico subito che non ho buone notizie.
Le mie dita torturano la cartellina verde.
– Abbiamo perso due grossi clienti: non possiamo riconfermarle il contratto.
Le dita, ora, vorrei conficcargliele negli occhi: il coglione mi assume per espandere il mercato tedesco e poi non mi riconferma il contratto perché ha perso due grossi clienti italiani.
Guido verso casa: le nocche delle mani contorte sul volante la dicono lunga sui miei pensieri: è il decimo contratto a termine in tre anni, il decimo che non mi viene riconfermato. Ma che mi lamento a fare? Lo so da sempre, o almeno da quando mi sono fatta fare l’oroscopo karmiko ke la mia vita è kosì: persona che ama i cambiamenti sarei io, o meglio che vive i cambiamenti dato che questi le si impongono è che si trova spesso a fare delle scelte, perché è proprio quelle che deve imparare a fare, staticità noooooo e a causa di quei fottuti debiti karmici!
Appetito zero, voglia di masturbarmi -10, non ho vino in casa e tanto meno voglia di uscire per comperarlo, ma voglio azzerare la mente. Mi fiondo sul letto sfatto – sempre di tuffo maldestro si tratta – tanto che la capoccia incontra il ferro battuto della testiera.
Meglio così: mi servirà da stordimento e mi sa che dormo…
Mi sveglio con la sensazione di soffocare, ma risalgo e tutta dolente, con l’antico sapore di cloro in bocca.
Mi sono sognata di mia nonna: mi ha tirato braccia e gambe.
– Marzia, sono preoccupata
– Di che?
– Ti toccherà diventare te stessa, dolente o nolente!
Mi alzo, prenoto un volo a Berlino di lì a due gg, cazzo e se dopo non trovo lavoro e mi mangio tutti i soldi? Cazzo e se il mio curriculum non è abbastanza buono per trovare un lavoro decente? Mi riduco a consultare persino quel ridicolo libro delle risposte, quello della Carol Bolt che mi dice:
– La risposta potrebbe arrivare sotto un’altra forma
I se si moltiplicano fino a notte fonda, finché il sonno mi prende.
Mia nonna è tornata: siamo sul cornicione di un palazzo e lei mi ficca in testa il suo elmetto da nazista e mi spinge giù, che cazzo di basejumping……il paracadute si trasforma in araba fenice….
Mi sveglio e mi dico: mi sa che domani parto…..