Me and the enigma


Strade sterrate e sentieri tortuosi per arrivare.

Piedi stanchi da trascinare,

calli profondi da estirpare.

Come edere usurpatrici dell’attimo,

pensieri nel bugigattolo.

Giorni grigi e biascicati

mi consumano il futuro

con clessidre dal volto rugoso e duro.

Orologi stirati di Dalì,

nere nubi come fumetti dei miei pensieri

e non solo il venerdì.

De Chirico nei miei incubi su della vita il non senso.

Non trovano fusione nella fissità dell’immenso

gli orologi con lancette in bilico tra passato e futuro.

E le vedete le parole scritte in cielo voi

o accettate l’enigma denso e scuro?

Stiracchiate gli occhi e

strabuzzate le orecchie

per captare l’incaptabile?

Io l’ho fatto per tutta la vita mia,

per questo, forse, ora vorrei l’eutanasia.

Fibro, Frida e io

Iconografia del dolore
La colonna che attraversa la tua schiena,
Come il pugnale di nome “sofferenza”che mi infilza dalla mano del traditore
Ogni mattina, ogni tramonto, ogni luna piena.

Fibre sfibrate nel dolore sfiancante,
L’essere invisibile nella pena di una misconosciuta sindrome
Urlo silenzioso o assordante.

IPOCONDRIA NON PUÒ FARE
RIMA CON FIBROMIALGIA!

Frieda, il tuo surrealismo involontario
È come una fotografia della mia vita,
È come il nostro quotidiano “parto calvario„
Che ci ricorda l’essenza dell’essere donna e
Che fa vomitare al mio corpo
Viscere contratte che lacerano la pelle,
Come cuori strappati
Ai sogni infranti, nella gabbia della fibromialgia incatenati,
Allegorie di paure come scimmie che, saltellanti,
Picchiano e bussano al mio cervello.

Roseti ambivalenti di profumi e spine
E oleandri velenosi e dai colori eterei
Che mi rendono all’illusione incline
Sono per me i rari momenti dello star bene.

Ma sento di nuovo il filo spinato
E del cuore il battito indemoniato.

Qualcuno mi ha incatenata!
Qualcuno o qualcosa di invisibile
Perpetua il suo voodoo quotidiano
Infilzandomi di chiodi e spilli in un ritmo di forte e piano.

Cerco sollievo guardandoti.

La tua mano stringe con lascivia una sigaretta,
Lo vedo da un tuo autoritratto
– O ti stai osservando allo specchio?-
Biascica viscido uscendo di soppiatto
Dal mio armadio/cervello un pensiero/spettro.

BASTA!

Fumo fammi volare via,
Vino ottenebra i miei pensieri
Più di Sua signoria “fibrofog”.
Di più di più di più, sempre di più
Fino a farmi vomitare l’anima.

Forse il vuoto ed il torpore cerebrale
Mi daranno il conforto tanto inutilmente
Cercato nella chimica medicale.

Ci vedo dentro a un tuo quadro, noi tre,
FIBRO, FRIDA ED IO,
Naïf quanto basta, in conversazioni di donne senza un re.

Pathos che esce dalla tela,
Che rende vivo quello che gli altri credono la rappresentazione di un incubo,
Abbraccia il dolore e la fatica di vivere del mondo intero come del tempo la ragnatela.

La nostra compulsione all’espressione creativa si fa medicamento,
La catarsi dell’arte e della poesia cura antalgica,
E trasforma in luce il tormento.

All’improvviso,
Una bolla di niente nel cervello che trancia i pensieri,
Da vacuità al respiro
E mi ruba al paradiso.

Non so se sia vita o morte
Quella che mi percorre ogni notte:
Mi sento inerme in balia di movimenti involontari
Che spossano un sonno già spossato.

Cantilena di notti tormentate dai frammenti-ricordo di commenti di medici scettici
E di mariti che, esaurita la sparuta scorta di condiscendente pazienza,
Vorrebbero ficcarti in gola preparati acetilsalicilici.

Sogno affaticato?
Ricerca affannata del voler
essere amati nonostante tutto chimera?
No: realismo da magia nera!

Mi sveglio con le immagini dei tuoi dipinti
Dentro ai miei occhi secchi nonostante i copiosi pianti,
La fibromialgia ha prosciugato anche le mie lacrime….

…Frida dove sei….ci possiamo incontrare
E nel nostro-di noi fibromialgici-
Mare di lacrime rubate galleggiare?
Solo un attimo insieme,
noi donne con i baffi e con i coglioni
Scevre da pene ed abbandoni!
E lei, Frida:
-Forse questo mare diventerà un ghetto?
Ed io, mentre guardo Fibro, finalmente muta:
-Non so, ma meglio questo che essere invisibili ad un mondo inetto!