Soledad and the mirror

Le avevano tirato un brutto scherzo quando era venuta al mondo: a partire dal nome.
La solitudine l’aveva perseguitata come tutto ciò che ci andava a braccetto: silenzio, vuoto, nulla, vacuità, assenza.
Cercava di immaginare il volto della madre.
Ma come poteva essere il viso di una stronza che aveva deciso di chiamarla così, quasi a volersi vendicare del fastidio di averla cagata?
Forse lineamenti arcigni e labbra sprezzanti, sottili, a mezza luna con le punte rivolte al rovescio.
I piedi di Soledad giocavano con i minuscoli pesci del mare oscuro, poggiando sulla sabbia nera della Playa de El Bollullu, mentre tra le mani, teneva uno specchio.
Era lì che era stata abbandonata, dentro una cesta, in compagnia di una copia del Doppio ritratto di Giorgione, un trattato sul periodo blu di Picasso, la biografia di Virginia Woolf con  il suo racconto “La signora nello specchio” ed un messaggio che esponeva tre parole in croce attorno al fatto che la bimba si chiamava Soledad.
La Playa del Bollullu, inerpicata in mezzo a rocce vulcaniche e distese di bananeti, non era facilmente accessibile.
Siete liberi di non credere al destino, ma credete almeno all’ineluttabilità del suo!
Per molti anni l’unica compagnia che aveva avuto, oltre a quella della signora muta che l’aveva trovata e adottata, era stata quella degli oggetti che giacevano nella cesta con lei. Era dotata della capacità di sentire il dolore del mondo, assorbiva tutte le emozioni che la circondavano: la sua natura estremamente empatica la faceva apparire costantemente malinconica e catturata da tutto ciò che per gli altri era indefinibile.
Quanto bastava per essere tenuta  a distanza: nessun compagno in carne e ossa, solo amici di carta, che aveva scelto con  la speranza di trovare la risposta al suo graduale scomparire, al farsi via via più sottile, quasi un’ombra, alla frantumazione del suo io nello scontro con l’altrui mondo interiore.
I suoi amici di carta, dicevo:  “Spegni il fuoco della rabbia” di  Thich Nhat Hanh, “Domare la tigre” di Akong Tulku Rinpoche e “I Ching – Il Libro dei Mutamenti”, quello con la significativa prefazione di Jung.
E poi la presenza dello specchio: lei e lo specchio erano un tutt’uno.
Lo teneva in borsa e lo estraeva da lì quando sentiva salire la rabbia: glielo aveva suggerito l’amico Thich Nhat Hanh, nel libro “Spegni il fuoco della rabbia”, appunto.
Si guardava per vedere come la rabbia deformava i suoi lineamenti, si guardava per capirsi e per vedere se esisteva ancora.
Non doveva forse essere libero da ogni inquinamento, lo specchio, allora perché non le restituiva la verità?
Quella mattina, prima di recarsi alla spiaggia delle origini, aveva lanciato le tre monete de I Ching ed il responso dell’oracolo era stato: Esagramma 61, La Verità Interiore che indica la comprensione dello specchio.

Poi si era guardata allo specchio e non si era vista più.
Ma mentre camminava sulla sabbia nera, si tastava e si sentiva.
Io la vedo ora, mentre si recide i polsi con i pezzi dello specchio infranto.
Solo io la vedo, che si immerge e si lascia andare giù nel mare, disperdendo il rosso del sangue sull’acqua.
Ho deciso di non salvarla, di non salvarmi perché ho bisogno di rinascere qui dalle mie origini, ma questa volta non sceglierò il blu, la solitudine, ma il grigio, emblema della noia.

Quanto più forte può apparire al mondo una donna che lo accusa di non divertirla a sufficienza?

A daughter’s diary for her father

Padre, ti scrivo e ti parlo e ti cerco e non so perché! E parlo con le tue cose o sono loro che parlano con me e non si tratta di discorsi standard, no.

Sono dentro al tuo ricovero degli attrezzi, dove tu ti rifugiavi dalla mamma.
Praticamente eri sempre là, oppure nell’orto, che era pur sempre un rifugio.

Ho provato a parlare con te anche sulla tua tomba, ma non è lo stesso.
So che lì si trovano i tuoi amabili resti, ma sento forte e nitida la tua voce che mi sussurra attraverso le tue cose. Non ho bisogno di sedute spiritiche per ricongiungermi a te.

Con Martello:
– Ehi, sento la mancanza delle mani forti di tuo padre!
– Che ha fatto con te? Sovvienimene…
– Mi ha battuto sul ferro per forgiare i tuoi disegni di ghirigori fioriti per
la testiera del tuo letto.
– Hai sentito la consistenza dei suoi calli?
– Ci sono ancora le squame della sua pelle sul mio manico, toccami pure!
Con Scalpello:
– Sui pezzi di tronchi d’albero ero sempre conficcato! Ad intagliare occhi,
bocche e nasi.
– Si, me li ricordo, i suoi simpatici musi d’albero.
– Non erano solo musi, erano anche sfoghi di rabbia!
Con Cacciavite:
– Sono state più le volte che ho girato a vuoto che altro…
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che a volte la sua testa era talmente piena di problemi, da non
avere neanche lo spazio per concentrarsi su un giro di vite.

Padre, perdonami per essermi ostinata a vederti sempre e solo come un padre e non come un essere umano intriso di fragilità fino al midollo.

Mi vedo ancora mentre lascio cadere dalle mie mani briciole di terra sul legno della bara e vorrei davvero molto calarmi negli inferi con te per punirmi, per non aver accettato di farti da madre, di consolare le tue pene.
Mi sono accontentata di sbattere i piedi per terra, di pretendere, di polemizzare, persino di mettermi in competizione con mia madre per rubare le tue di attenzioni, il tuo di tempo.

Padre ti prego perdonami, perché non credo che io riuscirò a farlo.
Perdonami per non averti mai amato.
Ma sei vuoi posso cominciare a farlo ora: mi ci è voluto tanto, troppo tempo per capire.

Ieri, alla conclusione ad un ciclo di dieci sedute di ipnosi, ho fatto l’esercizio della sedia che scotta. Ho interpretato il ruolo di me stessa ed il tuo, vedendoti per la prima volta.
Lo strizza cervelli mi ha dovuta strizzare proprio bene, ma poi, alla fine, un po’ di succo è uscito!
Tante cose sono riemerse: una mi ha davvero colpita.

Quando avevo 11 anni hai letto il mio diario e io non te l’ho mai perdonato.
Per questo ora lascio questo nostro nuovo diario, aperto, sopra il tuo tavolo da lavoro.
Potrai scriverci, leggerlo, farne ciò che vuoi.
Ora vado, che la creatura che cresce dentro di me scalcia e vuole riposo.
Nascerà a novembre, magari il giorno di San Martino, proprio come te e infatti è un maschio: Scorpione, mito di morte e rinascita che si evolve in un ciclo eterno.

Ora mi vedrai di spalle, mentre torno a casa.
Ti ho odiato per esserci invadentemente stato e per le tue assenze poco calibrate.
Non so per quale mistero ti levi dal sepolcro per camminare di nuovo sopra la tua amata terra, a fianco e dietro di me.

Lacrime che nutrono la mia pelle e la tua terra.
Guardo attraverso di loro vigne che si ostinano a vivere nonostante la mancanza delle tue cure.
Odoro il tuo orto, mentre zappi e semini, fantasma rassicurante.

Letter to Orhan

Dear Orhan,

ho lasciato ieri Izmir¹ e già il vuoto mi inghiotte. Vorrei scappare!

Vago come un automa tra le strade di Venezia: sento che sono circondata da passi e voci, da canzoni stonate di gondolieri alticci, ma niente mi riguarda, niente mi sfiora.

La sola cosa che sa toccare la mia anima, il mio corpo e la mia mente è il ricordo di te.

Sei l’essenza del bisogno del niente, il ricordo di una casa baracca e di notti insonni persi l’uno nella braccia dell’altro, l’espressione di un viso che vaga in pensieri a me inaccessibili e le promesse bugiarde di ieri notte proiettate nell’incertezza del futuro.

Ti rivedo a trascinarmi al festival del sufismo di Haci Bektas per assistere alle danze dei dervisci rotanti², tanto quanto a coinvolgermi in un’improbabile danza del ventre all’Halikarnas³ di Bodrum.

Tu che mi chiedi di stirare le tue camice grottesche di fiori e improbabili ghirigori e vuoi sapere perché me la rido mentre mi imbatto in pieghe indisciplinate e irriverenti – certo facile esserlo con un ferro da stiro della preistoria che non conosce ombra di vapor acqueo!

Tu a farmi la lista dei libri di autori turchi che dovrò leggere prima del nostro prossimo viaggio alla scoperta del tuo meraviglioso e contrastato Paese: «La storia di Akabi» di Vartan Pasa, praticamente l’intera opera dell’esiliato Hikmet e «Il libro nero» di Orhan Pamuk.

Tu, vulcano inarrestabile, tu e la tua Reflex, inseparabili, a catturare ogni dove.

Come puoi essere tutte queste cose insieme?

E via a correre sulla tua moto sgangherata, ad imprecare contro una vespa che si scontra con la tua corsa e ti punge ripetutamente. Ti chiedo se senti male e tu, armeggiando con le chiavi della moto per far uscire il veleno, mi rispondi che ti irrita enormemente sprecare il nostro tempo così.

Non so nemmeno dove mi stai portando, ma che importa?

Arriviamo in un paesino della costa di cui non mi ricordo il nome e mi porti in un minuscolo hotel dall’aspetto da postribolo romantico – se mai possa esistere un postribolo romantico – ma io lo vedo così: letto in un’alcova di pietra ornata da drappeggi in tulle rossi, tende sanguigne e portacandele a lanterna che disegnano sagome assurde sui muri e nei nostri occhi divertiti e che tu paragoni al teatro delle ombre dell’impero ottomano.

Dopo una notte turbolenta di tremori inconsulti di candele impazzite e di farfalle che svolazzano sui nostri corpi sudati, il mattino giunge troppo frettoloso.

Il fugace riposo viene interrotto dalla tua voce nel mio orecchio restio:

-Darling, hurry up: we have to go!4

E si riparte fino alla fine del viaggio…….

Ti invio questa lettera con l’intento di farti avere una delle più belle pagine del mio diario: come tu odi perdere tempo e lo rincorri facendo a gara con lui, io odio perdere i frammenti del mio, del nostro tempo. Ti invito, in risposta a questa mia, a scrivermi tutto quello che posso aver dimenticato, ad aggiungere le tue note e le tue postille.

Dove ti rivedrò? Nelle mie memorie a volte allucinate, a volte lucide o a Istanbul? Quando potrò di nuovo toccare la coda dei tuoi lunghi capelli corvini?

Vorrei ritornare in quella dimensione che mi hai regalato ma so che i sogni rimangono sospesi lì in un punto di non ritorno e cercare di riacciuffarli sarebbe come forzare il corso degli eventi.

I rumori di Venezia mi riportano al presente, ma mi basta accarezzare il piccolo pugnale di madreperla appeso al mio collo che mi hai dato ieri per vedere risorgere dall’oblio l’entità delle nostre emozioni che trapassano ogni dove e ogni quando, così come Aladino ha bisogno di sfregare la sua lampada per vedere i suoi desideri materializzarsi.

Siamo due spiriti liberi che vivono in bilico tra cielo e terra, fuoco e acqua, uniti e divisi nel loro bisogno di vivere a mille, ma esistiamo fortemente e non ci perderemo.

¹ Turchia

² Asceti, discepoli di alcune confraternite islamiche, che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani

³ Night-club di fama mondiale fin dal 1979

4 Amore sbrigati: dobbiamo andare