Mr. Christhmas

Mr Christhmas,
the old man with the silver bart,
never passes through the fields of boredom.
Fir trees loosing their needles, under the weight of the lights.
It still burns, deep down,
this glim, trembling in awe of you.
Wadding drowns out the heartbeats in the ears of the deaf
or was it maybe snow?
Come: I am waiting for you Mr. Christhmas!
My letter to you is still sealed, there on the table.
I am cocooning myself now, in front of the window,
immaculate snowflakes, stolen from the countryside
adorning my loose air,
times of child flowing before my eyes.
Come, before the rut catches me!
Stumps being consumed in the fireplace,
…..me waiting your return, his one.

Il Sig. Natale,
il vecchio dalla barba argentea,

non passa mai nei campi della noia.

Gli abeti perdono gli aghi sotto il peso delle luci.

Arde in fondo ancora

questo lume tremulo di te.

Ovatta copre i battiti del cuore alle orecchie dei sordi,

o forse era neve?

Vieni, ti aspetto Sig. Natale!

La mia lettera è ancora lì sigillata, sopra al tavolo.

Mi dondolo davanti alla finestra,

i capelli sciolti ornati di fiocchi candidi

rubati alla campagna,

i tempi di bambina corrono davanti ai miei occhi.

Vieni, prima che mi sorprenda la consuetudine!

I ceppi si consumano nel camino

e io aspetto il tuo, il suo ritorno…..

.

 

A daughter’s diary for her father

Padre, ti scrivo e ti parlo e ti cerco e non so perché! E parlo con le tue cose o sono loro che parlano con me e non si tratta di discorsi standard, no.

Sono dentro al tuo ricovero degli attrezzi, dove tu ti rifugiavi dalla mamma.
Praticamente eri sempre là, oppure nell’orto, che era pur sempre un rifugio.

Ho provato a parlare con te anche sulla tua tomba, ma non è lo stesso.
So che lì si trovano i tuoi amabili resti, ma sento forte e nitida la tua voce che mi sussurra attraverso le tue cose. Non ho bisogno di sedute spiritiche per ricongiungermi a te.

Con Martello:
– Ehi, sento la mancanza delle mani forti di tuo padre!
– Che ha fatto con te? Sovvienimene…
– Mi ha battuto sul ferro per forgiare i tuoi disegni di ghirigori fioriti per
la testiera del tuo letto.
– Hai sentito la consistenza dei suoi calli?
– Ci sono ancora le squame della sua pelle sul mio manico, toccami pure!
Con Scalpello:
– Sui pezzi di tronchi d’albero ero sempre conficcato! Ad intagliare occhi,
bocche e nasi.
– Si, me li ricordo, i suoi simpatici musi d’albero.
– Non erano solo musi, erano anche sfoghi di rabbia!
Con Cacciavite:
– Sono state più le volte che ho girato a vuoto che altro…
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che a volte la sua testa era talmente piena di problemi, da non
avere neanche lo spazio per concentrarsi su un giro di vite.

Padre, perdonami per essermi ostinata a vederti sempre e solo come un padre e non come un essere umano intriso di fragilità fino al midollo.

Mi vedo ancora mentre lascio cadere dalle mie mani briciole di terra sul legno della bara e vorrei davvero molto calarmi negli inferi con te per punirmi, per non aver accettato di farti da madre, di consolare le tue pene.
Mi sono accontentata di sbattere i piedi per terra, di pretendere, di polemizzare, persino di mettermi in competizione con mia madre per rubare le tue di attenzioni, il tuo di tempo.

Padre ti prego perdonami, perché non credo che io riuscirò a farlo.
Perdonami per non averti mai amato.
Ma sei vuoi posso cominciare a farlo ora: mi ci è voluto tanto, troppo tempo per capire.

Ieri, alla conclusione ad un ciclo di dieci sedute di ipnosi, ho fatto l’esercizio della sedia che scotta. Ho interpretato il ruolo di me stessa ed il tuo, vedendoti per la prima volta.
Lo strizza cervelli mi ha dovuta strizzare proprio bene, ma poi, alla fine, un po’ di succo è uscito!
Tante cose sono riemerse: una mi ha davvero colpita.

Quando avevo 11 anni hai letto il mio diario e io non te l’ho mai perdonato.
Per questo ora lascio questo nostro nuovo diario, aperto, sopra il tuo tavolo da lavoro.
Potrai scriverci, leggerlo, farne ciò che vuoi.
Ora vado, che la creatura che cresce dentro di me scalcia e vuole riposo.
Nascerà a novembre, magari il giorno di San Martino, proprio come te e infatti è un maschio: Scorpione, mito di morte e rinascita che si evolve in un ciclo eterno.

Ora mi vedrai di spalle, mentre torno a casa.
Ti ho odiato per esserci invadentemente stato e per le tue assenze poco calibrate.
Non so per quale mistero ti levi dal sepolcro per camminare di nuovo sopra la tua amata terra, a fianco e dietro di me.

Lacrime che nutrono la mia pelle e la tua terra.
Guardo attraverso di loro vigne che si ostinano a vivere nonostante la mancanza delle tue cure.
Odoro il tuo orto, mentre zappi e semini, fantasma rassicurante.

Misleading migrations

Speranza coltivata per un tempo indefinito
fa specchio all’impossibilità
di accettare l’inaccettabile,
si dissolve in illusione,
gioca di similitudine
con le bolle di un bimbo
che non ha più infanzia.

Noi, schiacciati in un ingranaggio
di nome ghetto,
davanti al quale si ergono
muri invisibili, fatti di
giudizi affrettati, salari miseri,
risate di scherno.

Noi, anime alienate,
in mezzo a valige sfatte
e progetti infranti.

I sapori si dimenticano
dolorosamente in mezzo agli indigeni.

Fame di sole,
noia di pioggia che picchietta
leggera, ma insistente,
fino a marcire le fibre
di un’esistenza fin troppo lontana.

Let me live!

Negli inferi della mia dimora
infestata di elucubrazioni
non c’è più spazio per il calore.

Gli spettri giocano sui mobili,
mi tirano i capelli
e si specchiano davanti
ai mille specchi
appesi sbiechi e sbilenchi.

Il sabato si infilano i miei stiletti fetish,
la domenica cadono esangui
su un letto sfatto.

Dal lunedì al venerdì,
buttandosi alle spalle
bagordi osceni e vuoti,
indossano maschere gotiche,
inforcano occhiali stilosi,
si chiudono in mises ipocrite.

Si lasciano vivere in
catatonica nullità,
tra rumori di unghie spezzate
sulla tastiera del Mac,
conversazioni in chat
e posts ludicomaniacali…

…Si, loro, gli spettri,
che si sono seduti
sopra le mie ginocchia,
a nutrirsi dei miei capezzoli
e a fagocitarmi.

Ma io voglio denudarmi
e camminare nel sottobosco,
farmi verme nella terra,
sparire da questa caducità
e ritornare alle radici
di alberi nodosi e fragranti,
spogliarmi degli orpelli
di una quotidianità fatiscente
per nutrirmi di humus
fragrante e rugiadoso,
briciola nelle innumerevoli briciole della terra.

A wrong life

Clessidra di sabbia che scendi lentamente,
come l’attesa che passi
un dolore sordo e insistente:
mi siedo alla stazione per rendermi conto
che ho sbagliato i tempi.

Non c’è sincronia in questo sbaglio di vita, ma schiaffi per scalfire ostinatezza,
dolore per fendere le corazze
e silenzi per freddare improperi.

Modern zombies

Siamo tutti alla deriva
nella terra bruciata dalla casta degli intoccabili.

Di questa piramide siamo la base “disperazione” e da qui subiamo la punta “tirannia”.

Camminiamo esangui,
ma non possediamo nemmeno
la fame di sangue dei vampiri.

Intuiamo di essere stati altro,
ma non sappiamo bene chi.

Cerchiamo la memoria
perché è la risposta,
perché contiene il succo
del nostro cervello lobotomizzato.

Richiamiamo inconsapevolmente
gli archetipi delle origini
con ululati che riecheggiano
simili agli spirituals delle navi negriere
e si ricongiungono,
come uno scherzo di fisica quantica,
a brandelli di anime e cuori spezzati,
dispersi in altre dimensioni.

Richiami disperanti di flussi di coscienza:
non possiedono il lessico espanso di Joyce,
ma le forze primordiali creatrice e conservatrice dell’esoterico triangolo
e non la mediazione incontro
e leva al cambiamento.

Che palude!

Bastard pleasure

Un piacere bastardo mi fa la corte.

Mi alletta la carne, ma il cervello NO,
non lo vuole!

Diventa uno stolker.

Dio mio!

Non potrei accettare
di finire ostaggio
della sindrome di Stoccolma…

Tanto meno di questa viscosità
che invade la mia pelle.

Ho paura:
mi intrappola con lo scotch
nei momenti di ribellione,
per poi strapparlo brutalmente
quando mi arrendo
alla dipendenza.

Mi ha scuoiata e seppellita
sotto una coltre nebbia.

Mi rivoglio
e non so come ripigliarmi.

Karmic love

Ti sei insinuato in ogni mio dove, annullando il mio passato e il mio futuro.

Come in una bolla ovattata e lontana dal mondo mi sento, ma è un momento.

Poi tutto torna di nuovo assordante.

Non sono più mia: questa danza impazzita mi domina.

So bene chi sei e chi sei stato.

Io che sento il bisogno di proteggerti,     non ho più scudi da questa tempesta.

Tutto è esploso in tutte le vite.

Nastri di raso rosso, lenzuola nere di seta, catene e nuvole di petali, ombre dense, profumi di sandalo, mani sudate che si intrecciano in lotte rigeneranti,  ninne nanne sussurrate nei dondolii delle culle.

Io che non ho saputo darti il mio amore, ora ti reincontro dagli abissi per togliere il calcare dal mio cuore.